martedì 7 ottobre 2008

e io che non ne sapevo niente.......................

Di Alessandro Taballione -

Scuola di Giornalismo RadioTelevisivo Perugia www.sgrtv.it

La guerra è cominciata.

nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.
Le multinazionali hanno fiutato il business del nuovo secolo: le risorse idriche del mondo scarseggiano e sono mal distribuite. Quindi l'acqua sta diventando un bene prezioso.


Come il petrolio.

E chi lo controllerà avrà potere e profitto.

Parole d'oro per le multinazionali. Che non hanno perso tempo. E hanno sferrato il loro attacco. Scatenando una battaglia tra giganti, che calpestano, quasi fossero fastidiosi moscerini, diritti ed esseri umani.

La posta in gioco


Dal controllo sulle acque minerali alla battaglia per la gestione degli acquedotti, dalla costruzioni di dighe alla privatizzazione dei bacini idrici. Quella per l'acqua è una guerra discreta, che non si combatte con gli eserciti, che non si alimenta del fragore delle bombe, ma si decide nelle stanze silenziose di pochi grattacieli. Quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del WTO (OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio), della Banca Mondiale e delle multinazionali.

La dichiarazione di guerra

Lo scontro è aperto e la dichiarazione di guerra ha una data ed un luogo precisi: 2000, l'Aja, 17-22 marzo, data del 2° Forum mondiale sull'acqua. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo nato nel 1994 su iniziativa della banca mondiale, il Forum ha affrontato il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione "globale". L'acqua cambia status: da diritto umano (svincolato dalle leggi di mercato) diventa un bisogno umano, che quindi può essere regolato dalle leggi della domanda e dell'offerta. Dal mercato. Quindi la parola d'ordine è privatizzare.
La dichiarazione di guerra.
I giganti che si contendono di privatizzare il nascente mercato dell'acqua sono soprattutto europei: le aziende francesi Vivendi e Suez-Lyonnais des Eux (ora Ondeo), la tedesca RWE. E poi i colossi Nestlé e Danone, l'americana Coca Cola. Ma anche l'italianissima ACEA concorre alla spartizione della torta: le bollette che pagano i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'ACEA, che gestisce l'acquedotto locale.

Le vittime senza colpe
Questa concorrenza spietata si sta sviluppando soprattutto nel sud del mondo, nei paesi dell'America Latina e dell'Africa, ma non solo.
Giacarta, Manila, Casablanca, Dakar, Nairobi, La Paz, Città del Messico e Buenos Aires, sono soltanto alcune delle città in cui l'acqua adesso è privatizzata. Ma non c'è da stupirsi: in Inghilterra, la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta dal 1989 e le imprese Thames Water e Seven-Trent che la gestiscono, operano a livello internazionale da molto tempo. In Francia, dove la privatizzazione è vista come delega del servizio pubblico, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in particolare del 54%. Con trovate anche bizzarre: l'estate scorsa nella capitale francese, la "cloud water", l'acqua delle nuvole veniva venduta a 35 franchi alla bottiglia.
Nel frattempo la Danone ha acquistato la gestione di tre sorgenti: una in Indonesia una in Cina e negli Stati Uniti. la Nestlè ha cominciato a commercializzare un'acqua "purificata" in Pakistan.

Il lato oscuro della globalizzazione


Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere. Casi del genere si sono avuti in Bolivia, a Cochabamba, a Manila nelle Filippine, in Cina. Sarebbe a dire: "noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere".
Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è "solo" il lato più sporco della globalizzazione.
Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.


www.disinformazione.it







dall'espresso di venerdi 26 maggio 2000
NUOVI POTERI / LA CONFINDUSTRIA
DI CL
Compagnia di lotta e di governo
15 mila imprese. 200 mila soci. 32 sedi. Da
oscura confraternita di Comunione e Liberazione,
la Compagnia delle opere in pochi anni è
diventata un gigante economico. E una
superlobby.
Che vota a destra. Ma anche a sinistra
quando conviene.
di Enrico Arosio

Sapevate che alla Compagnia delle opere
aderisce anche la Ittierre di Tonino Perna,
un'industria del-

l'abbigliamento quotata a Piazza Affari che fattura
700 miliardi e sta acquisendo griffes di prestigio?
Sapevate che l'associazione ispirata da don Luigi
Giussani ha a Roma come autorevole attivista
Raffaello Fellah, presidente dell'Organizzazione
mondiale degli ebrei di Libia, amico e consigliere
di Giulio Andreotti, Camilla Sadat, Yasser Arafat,
e amministratore della Cascina, impresa
poliedrica che dalle mense ospedaliere e
scolastiche si è allargata alla gestione dei caffè
storici e al turismo? Sapevate che il presidente
della Compagnia a Milano e provincia altri non è
che Massimo Ferlini, ex Bocconi, ex Pci, ex Pds,
ex assessore nelle giunte Pillitteri isolato dal
partito dopo il coinvolgimento nell'inchiesta Mani
pulite? Uno che tra le braccia dei ciellini ha
trovato conforto e rilancio professionale pur
definendosi «ateo, non laico»?

Se la risposta è no, aggiornatevi. La Compagnia
sta cambiando. Non è più quella oscura
confraternita i cui aderenti giravano col timbro Cl
sull'anima e trattavano chiunque non fosse "dei
loro" con una sospettosità urticante. La Cdo si
sta aprendo al dialogo: col mondo laico e della
sinistra, con chi ha storie personali, religiose,
politiche diverse. Lo fa perché sta crescendo,
come dice il suo presidente-intellettuale Giorgio
Vittadini, il traduttore del verbo giussaniano
(vedere l'intervista a pagina 107), e nel «fare
opere» nessun sodale è escluso a priori? O
perché antepone la realizzazione della persona
nell'impresa alla politica di partito, come sostiene
l'ala manageriale incarnata da Ferlini? Fatto sta
che, con 15 mila piccole e medie imprese
associate, oltre 200 mila persone socie e una
presenza capillare in Lombardia (dove il giro
d'affari si stima sugli 8 mila miliardi), la Cdo è
diventata un giocatore su più tavoli.

Prendiamo i rapporti con la politica. Dal di fuori,
la Cdo, che ha il suo cuore in Lombardia ma è
presente in 17 regioni con 32 sedi, ha tutte le
caratteristiche della lobby, nel senso
anglosassone di legittima organizzazione
d'interessi capace d'influenzare poteri politici e
finanziari. Dall'interno è diverso: «Noi stiamo
fuori della politica. Diamo appoggio a chi
nell'attività politica è in linea con i nostri
obiettivi», come dice Ferlini. E tuttavia è
politicissima la battaglia avviata da Vittadini e
Compagnia per ancorare alla Costituzione il
principio di sussidiarietà (l'anteporre l'iniziativa
dal basso delle persone alla mano normativa dello
Stato) nella travagliata stagione della Bicamerale.
È politicissimo il voler ricucire il rapporto con
Romano Prodi guastatosi nel '96. È politicissimo
il volontariato internazionale attraverso l'Avsi,
organizzazione non governativa. Come lo è il
corteggiamento di un ministro riformista come
Pierluigi Bersani, o la polemica con la «statalista»
Rosy Bindi. È politicissimo, infine, l'appoggio
che la Cdo dà, in campagna elettorale, a candidati
di partiti diversi.

Esempio. Alle elezioni regionali, l'indicazione per
Roberto Formigoni è scontata (e comunque la
Cdo non muove tre milioni e mezzo di voti).
Meno scontato il fatto che la Compagnia abbia
portato voti ai presidenti u-scenti dell'Emilia
Romagna, Vasco Errani, e delle Marche, Vito
D'Ambrosio. Entrambi Ds, entrambi riconfermati;
ma soprattutto disposti al dialogo sulla
sussidiarietà, il non profit, la privatizzazione delle
utilities. In Campania la Cdo ha appoggiato alcuni
candidati del Partito popolare, con cui Cl non ha
mai amoreggiato. «Scomparso il partito unico dei
cattolici», osserva Alessandro Cappello, l'uomo
delle relazioni istituzionali della Cdo, «è diventato
naturale trovare alleati sui singoli obiettivi, a
prescindere dalle diversità di storia politica».
Abilità (o disinvoltura) che espone la Cdo
all'accusa di cinismo politico. Dove si può,
appoggiano "i loro" (Formigoni e Cl sono la
corrente spiritualista di Forza Italia); dove
governano i rossi, scelgono quello adatto. Poi c'è
chi dice che i ciellini, e per estensione la
Compagnia, vendono i voti di preferenza.
Sarebbero stati determinanti per l'elezione al
Pirellone di Antonella Maiolo e Giovanni
Guarischi, area laica di Forza Italia: «per poterli
controllare», secondo un insider del partito. Se
non è cinismo, «c'est du Talleyrand».

Il gioco su più tavoli ha le sue radici in un
evento-chiave: i ventimila riuniti al Palavobis di
Milano nel '96 per la parità scolastica, radunati
dalla Cdo con la Confindustria e varie
associazioni cattoliche. «Vennero i leader
dell'opposizione, e per il governo solo Lamberto
Dini, ma fu l'inizio di un dialogo con altre forze
su obiettivi comuni. Portammo un milione e
mezzo di firme sotto la petizione al Parlamento. E
avviammo la discussione nazionale sulla parità»,
racconta Cappello.

La Compagnia si è battuta per l'articolo 56 sulla
sussidiarietà (ma la versione uscita dal
Parlamento è ritenuta impropria). Ha instaurato
una collaborazione sul non profit col Forum del
terzo settore e con le Acli. Ha invitato il
presidente della Camera Luciano Violante a
presentare all'Università Cattolica il libro di
Vittadini "Sussidiarietà. La riforma possibile", e
sul medesimo tema ha organizzato un convegno
insieme al gruppo Ds al Senato. In parallelo, sul
fatidico articolo 56, ha cercato ascolto nel
presidente del Senato Nicola Mancino. E
coltivato il rapporto col ministro Bersani, da tre
anni gradito ospite al Meeting per l'amicizia di
Rimini, negli anni Ottanta presidiato dalla Dc di
Vittorio Sbardella. Bersani, con Giulio Tremonti,
è invitato alla prossima Assemblea nazionale della
Cdo, il 10 giugno al Palalido di Milano.

Nello studio di Cappello in via Melchiorre Gioia
c'è una foto di D'Alema ricevuto da Papa
Wojtyla. Lo scorso dicembre, un alacre lavorìo
con il duo Marco Minniti-Nicola La Torre ha
fruttato la visita dell'allora presidente del
Consiglio ad Artigiano in Fiera, la grande
rassegna sull'artigianato inventata da Antonio
Intiglietta, l'ex dirigente della Dc (e vicesindaco
della giunta Borghini, agli inizi di Tangentopoli)
che con la Gefi, gestione fiere, è uno degli uomini
chiave di Formigoni. La visita di D'Alema fu un
bel colpo mediatico per la Compagnia. Restava
da ricucire il rapporto con Prodi.

Dopo lo strappo di Bologna nel '96, quando il
capo del governo fu fischiato da gruppi ciellini in
presenza del Papa, i rapporti con il leader
dell'Ulivo erano finiti nel congelatore. Ma nel '99,
con Prodi alla guida della Commissione europea,
la Compagnia riprende a tessere. A fine agosto
Prodi accetta di intervenire in videoconferenza al
Meeting di Rimini a un dibattito sull'embargo
contro l'Irak moderato da Formigoni. E il 7
ottobre riceve a Bruxelles Vittadini e Cappello. Il
ghiaccio è rotto.



Su altri tavoli, come quello del lavo-ro, un ruolo
di pontiere lo hanno esercitato Massimo Ferlini e
Marco Sogaro. Con la Lega coop di Ivano
Barberini e con la Confcooperative, le coop della
Cdo hanno dato vita a Obiettivo Lavoro,
l'agenzia per il lavoro interinale che oggi si
colloca al terzo posto sul mercato italiano, dietro
le multinazionali Adecco e Manpower. Insieme
alla Cisl, invece, i Centri di solidarietà (Cds) della
Compagnia forniscono assistenza sindacale ai
lavoratori atipici. I Cds, attraverso 70 sportelli
lavoro, 29 circolini ricreativi, 25 banchi di
solidarietà e i patronati per gli anziani, toccano
vari aspetti dell'assistenza. Nel '99 hanno fatto
oltre 7.300 colloqui. «Vengono da noi grazie al
passaparola, per due terzi sotto i 33 anni, italiani
e stranieri», raccontano Maurizio Gatti e Rosario
Pagliaro della Federazione dei Cds: «Con
l'Emporio dei lavori, nato nel marzo '99,
favoriamo il collocamento privato in Lombardia,
come prevede la legge Treu. Il Centro San
Martino dà assistenza ai lavoratori
extracomunitari. Tutti i servizi offerti sono
gratuiti. E si comincia sempre dall'ascolto della
persona». Agli associati è offerta a 20 mila lire la
"personal card" che dà diritto a sconti su
prodotti (come il 10 per cento sulle auto Fiat),
convenzioni con banche per mutui o piccoli
prestiti, facilitazioni sui biglietti di treno e d'aereo.
La politica delle facilitazioni alle persone somiglia
a quella che la Cdo offre alle aziende. E spiega il
suo stupefacente tasso di crescita.

Erano ottomila imprese associate a fine '96.
Undicimila a metà '98. Oggi sono 15 mila. Molti
gli artigiani, le microimprese: solo l'11 per cento
ha un fatturato annuo superiore ai 10 miliardi. Ci
si associa «dall'edicola alla Sony», come dice
Ferlini, e intende proprio la Sony Italia. La Cdo
risolve problemi. Dà informazioni tempestive su
quanto avviene in Regione. Offre convenzioni per
il credito agevolato, il leasing, il factoring con 15
banche italiane. Assiste la piccola impresa nei
rapporti con gli enti pubblici, sul piano fiscale e
assicurativo. Promuove corsi di formazione e
riqualificazione, aggiorna sui sistemi informatici.
Orienta chi opera nell'export. Del resto lo
sportello della Regione Lombardia a Bruxelles è
in mano agli uomini di Formigoni. Così come
l'Irer, l'istituto regionale che fa la prima
scrematura delle aziende interessate ai
finanziamenti del Fondo sociale europeo. La
Compagnia dispone infine di un tesoriere di
prestigio come Angelo Abbondio con la sua
Symphonia Sim. Tirando le somme: è un network
di informazioni, servizi, relazioni che crea
consenso, cementa legami. Una lobby ramificata
che, oltre a «da r lavoro ai nostri», tesse una
clientela politica.

La piccola impresa, con il non profit, è l'ossatura
della Compagnia. Dalla Novagriter, acquacoltura
nel Molise, al Club di Papillon ideato dal critico
gastronomico Paolo Massobrio (sì, quello che
scrive sull'"Espresso"). Non mancano le adesioni
su scala maggiore: la Cooperativa ceramiche di
Imola e i Cittadini dell'ordine, la Böhler, società
impiantistica tedesca, e l'impresa edile
Romagnoli. «Noi non abbiamo aderito per motivi
ideali», racconta Camillo Agnoletto,
amministratore della Romagnoli, che sta
ricostruendo il Teatro La Fenice a Venezia: «Con
Cl io non c'entro, sono un uomo di sinistra. Ma
l'adesione ti garantisce le informazioni giuste sui
bandi di gara, i finanziamenti Ue, le opere
pubbliche; ti offre un colloquio privilegiato con le
banche; può sveltire i rimborsi dalla Regione; ti
assiste nel ginepraio delle leggi urbanistiche. In
due parole, se ti metti con loro hai dei vantaggi».
Con «loro». La Compagnia. Una lobby che
funziona.

(01.06.2000)