sabato 6 dicembre 2008

giornali di partito

..e i video divertenti








Il Giornale è di Forza Italia.





La Padania è della Lega Nord.



L'Unita è di sinistra ma non so di preciso di chi, credo dei Comunisti Italiani o dei DS (ma esprime sempre opinioni un po' più a sinistra dei DS).



Liberazione è di Rifondazione.



L'Avvenire parteggia per la Chiesa Cattolica anche se il giornale ufficiale della Chiesa Cattolica è l'Osservatore Romano.




Il Manifesto NON è di alcun partito. E' indipendente. Tanto che più volte ha rischiato di chiudere perchè non si fa corrompere da partiti politici.
Politicamente è schierato a sinistra.



La Repubblica NON è di alcun partito. Politicamente è orientata verso il centro-sinistra ma fondamentalmente è filo-governativa, ovvero segue più o meno la linea del governo che c'è in quel momento.





Il Corriere della Sera NON è di alcun partito. Politicamente è orientato verso il centro-destra ma fondamentalmente è filo-governativo anche lui. Praticamente è il corrispettivo opposto della Repubblica.

Libero NON è di partito ma è orientato a destra.



Il Foglio NON è di partito ma è orientato a destra.


Il Riformista NON è un giornal... scusate... di partito ma è orientato al centro-sinistra.




Infine, La Stampa, il Giorno, il Tempo ed altri non sono di partito ma sono orientati verso la cronaca senza troppi risvolti politici.







il manifesto di oggi


EDITORIA
Liberamente indipendenti
Marco Bascetta


L'inserto che trovate oggi in edicola con il giornale parla di un «noi». Dice che non siamo soli e non vogliamo esserlo. Non un'ultima trincea o un orgoglioso solitario baluardo, ma parte di un mondo, di una possibile alleanza, di una battaglia che riguarda direttamente molti e indirettamente la libertà di tutti. Il «noi» che oggi rivendichiamo è quello dei produttori indipendenti di cultura, che lavorino con la scrittura, con l'immagine, o con il suono. E che lo fanno in autonomia, fuori dalle grandi concentrazioni editoriali e dalla protezione dei potentati politici e istituzionali.
«Libere imprese» nel senso più proprio e meno «economicistico» del termine. Libere dal condizionamento imposto dai parametri di profitto propri della grande industria, libere dall'obbligo di assecondare e fiancheggiare gli assetti di potere consolidati. Libere, ma costrette a cimentarsi in un mercato che libero non è affatto, piegato, come è, agli interessi dei monopoli e delle concentrazioni economiche e finanziarie, distorto, quello della stampa innanzi tutto, dall'insidiosa leva della pubblicità, da regole e barriere che ostacolano in ogni modo l'affacciarsi di nuovi soggetti (visibili e autosufficienti) sulla scena della produzione culturale.
Inoltre, in un paese come il nostro, in cui tutto è assistito, in cui il «privato» non è che l'ideologia che maschera l'accaparramento di pubblico denaro e pubbliche risorse (e che ora, con il pretesto della crisi, non ci si sente neanche più in obbligo di mascherare) è proprio il mondo delle produzioni indipendenti, sono i luoghi dove si sperimenta e si innova, a subire tagli e continui esami di efficienza. Così, secondo i desiderata del governo, la revisione dei contributi per l'editoria e i loro regolamenti, oltre a garantire i grandi gruppi editoriali che di quelle provvigioni divorano la gran parte, dovrebbero anche dare una mano ulteriore agli organi di partito e alle cooperative fantasma dietro le quali si celano cordate e cordatine politiche ed economiche.
Il potere aiuta sempre se stesso. E lascia annegare con soddisfazione, a suon di tagli che colpiscono il cinema, il teatro l'editoria indipendente, chi non si allinea, chi non rende soldi e favori a sufficienza. Sulle pagine di questo inserto abbiamo chiamato a raccolta i produttori indipendenti di cultura (alcuni, è solo un primo passo verso una più vasta alleanza), a far sentire la propria voce, a mostrare il senso e la passione del proprio lavoro, la natura e gli scopi di una scelta di autonomia. La retorica dominante vuole che, quando si parla di cultura, «siamo tutti sulla stessa barca».
Ebbene non è così, noi non siamo sulla stessa barca del Corriere della sera, come l'editoria indipendente non è su quella di Mondadori e il cinema indipendente su quella delle multinazionali dello spettacolo. E' una scelta di campo, questa, che riguarda anche autori, spettatori, lettori, ascoltatori. E' una battaglia per la libertà e per non morire, oltre che di tagli, di noia.